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Custodire il patrimonio culturale, insieme

Il patrimonio culturale si perde più in fretta di quanto si riesca a sorvegliarlo. Questo vale per i monumenti esposti a eventi climatici estremi e ai conflitti. Ma non solo. Vale in misura ancora maggiore per ciò che non porta una targa: gli edifici minori, i luoghi che hanno un nome soltanto per chi ci abita. Come pure per i racconti tramandati a voce da persone che non hanno mai pensato di metterli per iscritto. Di questa parte raramente esiste un inventario, e quando scompare non lascia un vuoto misurabile: semplicemente smette di essere nominata, e nessuno può accorgersi di ciò che non sapeva di possedere.

Un tema che ha attirato risorse

Negli ultimi anni la tutela del patrimonio culturale è uscita dalla cerchia degli specialisti. Organizzazioni internazionali, associazioni, fondazioni, programmi pubblici nazionali. Ed ora anche importanti operatori tecnologici mondiali, dotati di capitali considerevoli, hanno cominciato a occuparsene con strumenti che fino a poco tempo fa appartenevano ad altri settori. A solo titolo di esempio si possono citare l’osservazione satellitare, la modellazione tridimensionale e tutti quei sistemi di analisi automatica capaci di individuare un cedimento o un’alterazione. Semplicemente rifotografando e confrontando le immagini a distanza di tempo.

L’effetto della sovrapposizione

Quando più iniziative nascono nello stesso periodo attorno alla stessa urgenza, tendono però -purtroppo- a costruire ciascuna la propria piattaforma, il proprio archivio, il proprio formato di schedatura. Ne derivano due effetti che vale la pena distinguere.

Il primo è la duplicazione: lo stesso rilievo viene compiuto più volte da soggetti diversi, mentre interi ambiti restano scoperti perché meno visibili e meno remunerativi in termini di rendicontazione.

Il secondo riguarda i formati. Due archivi costruiti in parallelo, con criteri di classificazione differenti, non dialogano; e quando la mole di dati cresce, riconciliarli a posteriori diventa un’impresa più onerosa della raccolta stessa.

Esiste però una circostanza che rende questa deriva evitabile: i diversi soggetti che si occupano di patrimonio non fanno realmente la stessa cosa, per quanto lo scopo dichiarato coincida.

Il criterio della condivisione

La misura del valore di un’iniziativa, in questo campo, non sta in quanto essa raccoglie, ma in quanto di ciò che ha raccolto rimane utilizzabile da altri. È un criterio verificabile, e ha il vantaggio di applicarsi allo stesso modo a una fondazione internazionale e a un’associazione di paese.

Il patrimonio culturale, del resto, non appartiene a chi lo cataloga. Costruire strumenti per custodirlo comporta l’accettazione di questa asimmetria: il lavoro è di chi lo compie, la cosa custodita è di tutti.

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